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Archeologia, dal 12 aprile ‘Colori dell’Antico’: Mari Santarelli ai Musei Capitolini

Una pregevole selezione di 660 marmi policromi reali della collezione Capitolina con Dino e la Fondazione Ernesta Santarelli si terrà dal 12 aprile in due sale di Palazzo Clementino nel Museo Capitolino, accanto al medagliere. Grazie a un prestito gratuito decennale, la mostra offre uno spaccato della grande quantità di pietra importata a Roma: un’occasione unica per riscoprire, con forme, colori e motivi, una storia centenaria dal panorama artistico ma. sociale, politico ed economico. L’uso del marmo policromo si è infatti evidenziato nello stile autentico dell’architettura romana durante l’impero.

Useto I Colori dell’Antico. Mari Santarelli nei Musei Capitolini è promossa dalla Cultura Romana, dalla Soprintendenza Capitolina ai Beni Culturali e dalla Fondazione Santarelli. A cura di Vittoria Bonifati. Il custode della scienza Andrea G. De Marchi. Progetto installazione cookie (Alice Grégoire, Clément Périssé, Federico Martelli). Zètema Progetto Cultura Servizi del Museo. Catalogo edito da Treccani.

La mostra si sviluppa in due sale. Il primo presenta 82 pezzi policromi della Fondazione Santarelli; alcune case hanno due coppie di campioni, una dell’inizio dell’800 e 422 pezzi, sempre in Fondazione, una riguardante la collezione capitolina, iniziata nella seconda metà dell’800 dalla famiglia Gui ed è composta da 288 formelle . . Nella stessa stanza si trova anche la testa di Dioniso collocata in un insignificante busto di donna (realizzato con otto diversi tipi di marmo e una selezione di materiali marmorei nella bottega dei Fiorentini). Nel loop viene recensito il documentario, a cura di Adriano Aymonino e Silvia Davoli, che ripercorre la storia di questi studi giunti a Roma in termini di politica di espansione dell’impero.

La mostra intende raccontare l’intima connessione tra l’esistenza di elementi non indigeni nella città romana e l’espansione politica, economica e geografica dell’antico impero romano, connessioni geografiche e geografiche attraverso la storia e la memoria. Infatti, poiché nel cuore della città antica iniziavano le principali strade reali, il sito marmoreo raffigura cardinali di Roma. Il risultato è un’osservazione istruttiva, che mostra la civiltà più esperta delle operazioni del marmo durante la conquista romana. L’uso di altri marmi colorati risale al Neolitico o all’età del Bronzo tardiva, come l’ardito serpente verde. In Egitto i Faraoni sfruttarono vari marchi e i loro ultimi imperi, i Tolomei (305 – 30 aC), ampliarono il repertorio con porfido e alabastro, che sarebbe poi stato apprezzato a Roma. Qui ha prevalso a lungo il rifiuto del lusso, scegliendo le idee e gli strumenti presi dalla tradizione.

L’importazione di altri marmi colorati risale all’epoca della Repubblica, che è simile al giallo antico e al pavonazzetto, mentre la loro distribuzione coinciderà con l’imperatore Augusto. Ai Flavi (69-96 dC) risale un vasto assortimento di marmi colorati. Molte cave divennero regnanti con gli Antonini, che estesero ulteriormente il corsivo. I colori sono stati ravvivati ​​con smalto, grasso o cera e devono essere stati associati a dipinti e ornamenti, quasi tutto è andato perduto. Scavare, lavorare e trasportare richiedevano un gran numero di lavoratori, che dovevano essere ben formati e ben formati. È possibile che Augusto ei suoi successori abbiano deliberatamente cercato di finanziare queste attività al fine di favorire l’integrazione razziale e sociale nella vasta espansione dell’impero, cercando di includere persone economicamente sconfitte. Il costo era paragonabile a quello delle campagne militari e dovevano avere buone ragioni. Ma il motivo non è del tutto chiaro. Viene interpretato come il desiderio di ricchezza, di aumentare le entrate fiscali e di simboleggiare l’espansione dell’impero.

La distruzione dell’economia militare, politica, amministrativa e progressista dell’Occidente, che coincise con l’alto medioevo, vide la chiusura della maggior parte delle cave e quindi una forte tendenza al riutilizzo delle antichità. Si stavano sviluppando nuove tecnologie, che potessero sfruttare i marmi colorati in modo originale. Si stendono pavimenti con lastre completamente riutilizzate o tagliate, a formare motivi geometrici. Antichi colori del marmo erano evidenti nei disegni romanici e gotici, in Toscana e altrove, le facciate e gli ornamenti a strisce bianche e rosse (o verdi), che imitavano il porfido e il serpente, come fece esattamente nel Trecento. . Nella rinascita dell’antica civiltà, il Rinascimento, si nota un fatto contraddittorio e trascurato: i vividi colori romani sbiadivano o ravvivavano. Il cambiamento fu dovuto alla maturità di Raffaello, nelle Camere Vaticane, dall’Incendio (1514-1517), dove venivano opportunamente dipinte pietre di vari colori. A metà del Cinquecento si sviluppò a Firenze l’intarsio marmoreo (dal 1588 con l’Opificio delle Pietre Dure), che sembra rispecchiarsi nello stile del Bronzino. Poi si sono diffusi anche i dipinti sull’ardesia e poi su alcuni tratti della pietra. I colori accesi di Roma produssero rapidamente un paesaggio comune: sarebbe troppo, rovinando la relativa semplicità del greco. L’idea che riemerge nella storia dell’arte, nei giudizi del Manierismo e del Barocco come umiliazione degli equilibri rinascimentali.

Nell’antico Rinascimento quei colori dovevano essere molto migliori di adesso, soprattutto nel marmo, che da secoli non si ricordava, né si è contaminato. Eppure molte immagini della città mostrano che è finita, al Neoclassicismo e oltre. È possibile che il “filtro” sia stato utilizzato per rendere più credibili le immagini del passato, poiché qualcosa del genere si vede nei flashback cinematografici, che sono sempre in bianco e nero o hanno cambiato colore. Tali perfezionamenti potrebbero aver contribuito a rendere l’arte della fotografia una macchina del tempo.