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Carlo Acutis, la mamma parla di un ragazzo morto all’età di 15 anni ed è stato benedetto

Carlo Acutis è mortoleucemia fulminante nel 2016. Dice Antonia Salzano: “Noi non andavamo in chiesa, ma lei amava Gesù. Il 10 giugno consacrerà presso il vescovo di Livorno un santuario in onore della sua amata, morta all’età di 15 anni. E se sei già benedetto

Com’è essere la madre di un ragazzo quasi santo? “Grande gioia. Ora puoi semplicemente divertirti. Ma fu santa per tutta la vita. Per pensarla così, non intendo gli atei, ma gli atei. Sono nato in una famiglia di editori e da bambino ho visto persone come Moravia. Per la prima volta io, mio ​​marito, mia nonna ed io siamo andati tutti a messa ed è stata la prima cerimonia che Carlo ha fatto all’età di 7 anni”.

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Antonia Salzano, 56 anni, ha una voce aspra, un misto di lingua romana e umbra. Risponde da Assisi, dove ora vive con i figli piccoli, Francesca e Michele, e il marito Andrea. È la madre di Carlo Acutis, morto di leucemia conclamata nell’ottobre 2016, all’età di 15 anni. Due anni fa è stato dichiarato beato con entusiasmo da papa Francesco, miracolo approvato dalla Chiesa tra i suoi sudditi, da uno stato quasi del tutto, a ritmo serrato, in ordinazione.

La storia di Carlo è ricordata dai parrocchiani di tutta Italia. Come lo diresti ai lettori di oggi? «Carlo è stato speciale, in tre mesi ha detto la prima parola, cinque ha detto. Vita veloce: dalla fede alla mente. A 9 anni studiava testi di informatica al Politecnico».

Un po’ intellettuale. “Sì in parte. Francesco lo ha chiamato “influenza di Dio” perché sapeva usare le moderne tecnologie per fare del bene”.

Perché aveva una forte fede? “Era una bambina devota e voleva andare in chiesa ogni giorno. Impreparato, non potevo rispondere alle sue strane domande. Una volta mio padre morì all’età di 57 anni e io mi sono messo nei guai. Mi sono trovata in questa situazione, e un amico che era ancora più religioso di me, di un parroco speciale a Bologna. Sono andato a trovarlo: mi ha raccontato tutti i miei peccati, anche se non mi conosceva. Per lui Carlo aveva un lavoro che voleva fare e mi ha consigliato di studiare teologia, di capirlo».

Carlo ha memorizzato la Bibbia? “Sì, leggeva quotidianamente i Vangeli e l’Antico Testamento fin dall’infanzia, e alla fine era così esperto delle scritture che da ragazzo divenne catechista”.

Vedere la morte di un bambino di 15 anni non gli ha fatto perdere la fede? “No. Sono preparato per il cammino del pentimento, e sicuramente finirò in Purgatorio… (ride, ndr).

Ti sei mai visto in un sogno da allora? «Allora udii una voce, forse in mezzo a me, che diceva: ‘Il Signore ha dato, il Signore ha tolto; benedetto sia il nome del Signore.’ La dichiarazione teologica di Giobbe mi ha preparato”.

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Vedi molte cose che accadono nella tua vita. “Sì. Nel 2016 il patrono di mio figlio era Alessandro Saulo, vescovo di Pavia. Carlo è morto l’11 ottobre, festa di quel santo. “Ho sbagliato qualcosa?” Ma Carlo sapeva di essere destinato a morire. E fino alla fine ha sofferto senza lamentarsi. Era preoccupata per le infermiere che dovevano prenderla. Mi ha sentito: “Mamma ti darò tanti segni”. L’ultima volta che l’ho visto vivo, aveva un sorriso incredibile. “

Carlo era bellissimo. Piace alle ragazze? “E come. Mia suocera, inglese, anche nel dolore non aveva bisogno di scherzare: “Guarda Antonia, abbiamo tante vedove spezzate…” disse. Tutte le ragazze erano innamorate di lui, tutti lo amavano Al Liceo Leone XIII, dove non mancava la concorrenza… a suo nome il più grande d’Europa, tanto ricercato dal vescovo, monsignor Simone Giusti».

Quali sono i resti di Carlo? «I suoi capelli, o pezzi della sua camicia insanguinata. Tasse, hanno fatto miracoli».

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Non crede che ci siano molte cose dette sui santi e sui miracoli per nascondere la Chiesa dai guai? “Nel caso di Carlo no, sapeva fin da piccolo che sarebbe morto giovane e che avrebbe fatto di tutto per cambiare gli altri, noi compresi. Ma la Chiesa ha molti problemi da risolvere. È una vergogna anche per i pastori addormentati, a causa della mia mancanza di vocazione. Troppe persone vanno in seminario senza una vera “chiamata”. Allora essere un pastore può essere un inferno. Non intendo giustificare questo, ma chiarisco che molestatori di bambini e peccatori sono ovunque, dentro e fuori la Chiesa”.

Cristina Bianchi


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