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che nasce dalla ricerca ordinata da Draghi. Siamo in pericolo – Libero Quotidiano


Lorenzo Mottola

La teoria è che: mentre venerdì i sistemi di pagamento in Italia sono diventati completamente in tilt, i massimi esperti nominati dal governo per intervenire in questo tipo di eventi sono in gran parte assenti a causa delle vacanze. Questo è il tam tam che gira per le stanze dei Palazzi Chigi. Gossip crudele, che speriamo sia stato fermamente condannato.

Ma c’è stato silenzio nelle ore successive all’evento Bancomat dicendo che almeno una certa comunicazione sicura era andata in vacanza. Tutto questo al culmine della guerra in corso e dopo mesi passati a parlare dei pericoli dell’invasione russa. E sembra che Mario Draghi non l’abbia presa bene.

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Il primo ministro è nervoso. Sapeva già che l’area più vulnerabile era quella legata alla tecnologia dell’informazione. Quando ha appreso della crisi della moneta elettronica (il problema è ormai noto: trenta minuti di blackout completo di carte di credito e bancomat e le turbolenze che l’hanno accompagnata) ha cercato di capire di più sull’agenzia governativa per la sicurezza informatica. Non sapevano niente. Nemmeno se fosse opera di hacker o chissà cos’è un altro demone. E sospettava che durante la guerra la nostra parte più debole fosse in stato di disarmo mentre il nemico era pesantemente armato.

Lo ha detto il vicedirettore dell’agenzia informatica Nunzia Ciardi già più di un mese fa, quando il governo ha deciso di bandire gli antivirus antivirus russi. Allora perché alcuni artisti si stanno godendo le vacanze adesso? Sottolineiamo le sanzioni in Russia, perché ieri nessuna nave della Federazione Putin ha potuto catturarli in Italia, e dove volete che attacchino i criminali assoldati dal Cremlino? Proprio qui.

Molti sono quelli che hanno puntato il dito contro Gabrielli, ex capo della polizia e ora segretario generale responsabile dell’intelligence e del lavoro extra dell’Agenzia nazionale per la sicurezza informatica, che sembra essere in movimento. mostra il libro nella sua epopea come capo della Community Safety. Egli stesso ha descritto in una recente intervista che andava bene “temere l’instabilità, la mancanza di un sistema che possa supportare adeguatamente rischi e attacchi”.

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E LA TORRE DI GUARDIA GIÙ
C’è poi il “Cyber ​​Security Operation Center”, che in recenti conferenze stampa è stato ritratto come “un faro di eccellenza dove alta tecnologia e competenze si uniscono per fornire i massimi livelli di protezione informatica”. Come accennato, l’attacco ai nostri server da parte della Russia è attualmente tutt’altro che un’ipotesi remota. Tuttavia, abbiamo riscontrato che la nostra guardia è stata notevolmente ridotta.

Più recentemente, invece, l’Italia ha raccolto una serie di scatti. Libero ha denunciato il recente attacco alle biglietterie di Trenitalia, considerate “un messaggio di avvertimento” dagli hacker russi. Poche settimane prima era l’occasione per la Banca d’Italia di subire l’ingresso: si accedeva ai conti correnti del personale.

C’è ancora un severo segreto sull’entità del danno, ma la questione ha causato molte polemiche sul nazismo. Per quanto riguarda le aziende, invece, da segnalare l’ingresso nell’industria alimentare reggiana, che elenca i suoi prodotti e il prodotto più importante del settore agroalimentare. La montagna di dati “deboli” è andata direttamente al dark web senza che nessuno fosse in grado di rispondere.

FASE DUE
Parliamone, spiegano gli esperti, si parla ancora di “piccoli” episodi, in Ucraina al momento sta succedendo qualcos’altro. Nei giorni scorsi, ad esempio, Mosca ha lanciato un attacco per disabilitare tutti i servizi web dei ministeri di Kiev. Una serie di attacchi volti a interrompere l’accesso alle risorse Web ufficiali in Ucraina. “Gli aggressori hanno effettuato un’operazione informatica a due livelli”, ha spiegato ieri il governo Zelensky. “Durante la prima fase, hanno effettuato una piccola quantità di traffico botnet per testare le vulnerabilità dei dispositivi per diversi giorni. La seconda fase prevedeva la produzione in breve tempo di un gran numero di veicoli per impedire l’accesso alle risorse web». Lo stesso vale per la guerra oggi. L’Italia ha ragione?