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Diritto insolito: undici anni in Niger

L’alienazione volontaria è un grande lavoro. I mondi passano e i volti intrecciati si muovono come nella storia in cui i personaggi cercano uno scrittore. A volte si confondono nella memoria che, come sappiamo, seleziona e immagazzina abbastanza per non perdersi nel mondo passato. Un immigrato in Costa d’Avorio, Argentina, Liberia e, infine, Niger, seduto nel Sahel come paese di transito.

Non essere mai abituato a essere straniero essendo cresciuto da altre persone, sei l’unico che può, a volte, dimenticare che lo sei. Immigrato e quindi ‘strano’ o meglio, straniero, straniero, dal latino e dal francese antico ‘straniero’. Un luogo fortunato perché definito da confini, confini e confini che, come è noto, si manifestano in movimento, movimento e negoziazione. Sto bene perché, secondo l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati HCRnell’ultimo anno le persone che si trovano in una terra straniera, spesso senza sceglierla, hanno raggiunto questo numero 84 milioni. Se venisse stabilito un paese diverso, sarebbe il 17° più grande del mondo, prima dell’Iran o della Germania. Sono cittadino di questo Paese speciale da una vita.

Straniero facoltativo per undici anni in Niger Mi trovo, come in altri paesi condivisi prima di questo, un raro privilegio. Innanzitutto il Sahel, è complesso e per questo ci interessa. Il nome significa sponda, costa e quindi confine dei più grandi mari desertici del mondo chiamati Sahara. Un Paese minato in ogni modo perché, tra l’altro, è quasi finito in un’agenda globale per lo sviluppo umano.

Vivere come una frontiera in un mondo disprezzato è il primo diritto perché nasce dai casi in cui, in genere, da ognuno esce qualcosa di nuovo. Questo diritto è anche associato al tempo in cui una persona vive, soffoca, è pericoloso, a volte spaventoso ma ricco di profezia perché il mondo nuovo, se verrà, sarà un misto di sabbia e aria, terra e cielo. Chiese bruciate nel 2015, il rapimento di padre Pierluigi Maccalli tre anni dopo e centinaia di altre persone del luogo, sfollati interni, carestie e violenze armate apparentemente senza fine lo ricordano a tutti. Ci sono momenti in cui ciò che una persona trova è un “simbolo” di controversia mondiale.

io immigrati Le croci del Niger lo sanno a memoria. Il vero “specchio” del nostro tempo dove circolano soldi e notizie e i poveri sono chiusi. Uno straniero per scelta e quindi cittadino che conosce il Paese ne ha in lista diciassette, ci si sente estranei ovunque, soprattutto a casa e tra la loro gente. È stupefacente, sia straniero che straniero poiché, infatti, lo sconosciuto sa chi è quando non lo dimentica. Uno sconosciuto poi vive un’esperienza unica indifferenza per la gentilezza di una persona, temporanea e sempre dipendente dalla gentilezza di chi la riceve. Ciò rispecchia un’importante dichiarazione della nostra condizione umana: gli stranieri che partiranno altrove. Diritto alla fragilitàdove la sabbia raccoglie un simbolismo inevitabile, dà, e la povertà, un’opportunità per guardare a realtà preziose.

Solo ai poveri, a cominciare da loro e dai loro occhi, che si prestano gratuitamente a coloro che si pongono come aiutanti, la verità può essere dimostrata nella storia umana, la chiave è custodita solo da loro. Siamo in Niger, il paese più piccolo e ricco del mondo, abbiamo bambini, contadini, mendicanti, agenzie onusiane, otto ruandesi indesiderati, corridoi umanitari, gruppi armati, problemi alimentari e matrimoni cronici. Vivere nella sabbia qui, un edificio di comunità di lavoro, è un privilegio inevitabile perché. mese di Ramadan. La compagnia telefonica locale offre, in un sms, versetti coranici e uno speciale regalo di tre giorni a coloro che installeranno tempestivamente i propri telefoni cellulari.