Vai al contenuto

Le promesse non mantenute del presidente del Consiglio, Mario Draghi diventano il re della ritirata – Il Tempo


Carlantonio Solimene

La vulgata, dopo una salita fallita al Quirinale, ha riferito di Mario Draghi che ha detto, “costretto” un anno a Palazzo Chigi, avrebbe governato senza guardare nessuno. Avrebbe cioè abbandonato il concetto di mediazione e il rinvio annotato negli ultimi mesi del 2021, proprio per non contraddire nessuno nel gioco della presidenza della Repubblica. A conferma di questa tesi, anche le prime parole pubbliche dopo la rielezione Mattarella, quel perentorio “posso farmi il lavoro da solo” che, non tanto tra le righe, ha spiegato il presidente del Consiglio pronto a cambiare lo spirito anche solo dei partiti. la sua maggioranza violenta ha ricominciato a ruggire rumorosamente per le elezioni statali.

Tuttavia, la verità raccontava un’altra storia. La polemica sulle spese militari, in particolare, sarebbe stata un bel colpo per la banca. Gli ingredienti erano tutti gli stessi: un leader che, per la chiara necessità di un trattato, ha messo in discussione la scelta diplomatica di fondo – dopo averla approvata all’Autorità – in un momento molto debole sulla scena internazionale. Draghi avrebbe potuto anche stringergli la mano se avesse ascoltato le parole – di Pd e Lega – che esortava a non cedere al ricatto “perché anche senza Movimento 5 stelle gli stessi numeri”.

Il presidente del Consiglio, invece, si è arreso alle pressioni di Giuseppe Conte e ha accettato la soluzione migliore. L’obiettivo del 2% di PIL da spendere per le spese militari è stato ridotto al 2028. Quale 2030 richiesto da Conte, ma non 2024 in cui l’Italia era impegnata nella Nato. Finora, la pretesa di Roma alla sede più prestigiosa dell’Alleanza Atlantica potrebbe essere indebolita il prossimo anno.

I motivi per tornare “SuperMario” possono variare. Un senso di responsabilità che richiede di non lasciare il Paese senza una guida in mezzo a una grande crisi internazionale, forse. Sapendo che, anche se alcuni partiti affermano, è incerto se il dumping della griglia non pregiudicherebbe la stabilità dello Stato. E forse con la “moral suasion” di Mattarella, primo portatore ufficiale di stabilità.

Il fatto è che il rovescio di Draghi ha mostrato come il presidente del Consiglio “tecnico” impari a comportarsi più da “politico”. La pratica, che analizza nel dettaglio circa 14 mesi nell’ex presidente della Bce Palazzo Chigi, esiste davvero fin dall’inizio. Il primo suggerimento che Draghi è stato costretto a tornare è stato quello di convincere gli studenti a recuperare le lezioni perse a causa del Covid in estate. Si pensava al momento della consultazione, quindi lo scontro dei partiti – in quel caso più dell’intero Pd, rappresentante di maggioranza del personale scolastico – fece sì che l’idea non sopravvivesse fino al giorno del giuramento. Poi è arrivata l’occasione per la riforma fiscale “per non farsi guidare dai piccoli pezzi” (come fatto dopo); o registrazione dei terreni da modificare (ci siamo limitati a una mappa e il compito di modificare l’imposta spetterà a chi avrà il controllo entro il 2026); o sconfitta della legge sulle Forze (si è invece fatto il “passo” di cambiamento per essere discusso anche il prossimo anno); addio al «Superbonus» (cancellato immediatamente).

A livello internazionale non è mai stato meglio. Nel contesto del ripristino e della riforma della politica di Dublino, citata nel discorso di fiducia, gli europei non hanno voluto nemmeno aprire un dossier. E l’ultima battaglia, che era sul tetto del prezzo del gas, ha visto l’Italia sbattere contro un muro costruito dalla Germania e da altri paesi del nord. “Grande potenza”, insomma, resta in linea. O perché la “cosa migliore” su cui l’Italia faceva affidamento non era tanto. O perché i legami politici sono in grado di riunire i migliori giocatori in schemi solidi. Ad ogni modo, non è certamente una buona notizia per il mondo.