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Ma l’imparzialità di un giudice non è una giacca del tempo

Più di un decennio fa, in qualità di membro del Consiglio supremo della magistratura, ho descritto l’ingiustizia del ritorno di un magistrato al potere amministrativo dopo l’esperienza politica. Lo ricordo, ovviamente, non per il triste amarcord, ma perché vorrei fermare la ‘registrazione’, per mia convinzione, in mezzo a forze politiche di ritorsione contro un tribunale molto debole nel pubblico rispetto. Se a causa della pesante responsabilità della voce ad alto livello, per l’instabilità del carico giudiziario, per le colate di fango, per l’espansione del megafono mediatico, la giustizia non gode più della fiducia del pubblico, il problema immediato e inevitabile è ripristinare la credibilità, non punire.

Un problema urgente e inevitabile perché quando le persone non hanno fiducia nella giustizia che è governata a proprio nome, lo standard della democrazia è sminuito, quando la democrazia non è in tribunale. Ovviamente non ci sono soluzioni. Solo una vasta gamma di interventi e interventi ben ponderati può aiutare a ripristinare la dignità umana perduta nella giustizia, e in senso figurato. Tra questi si può annoverare l’impedire a un magistrato che sceglie di impegnarsi in politica la possibilità di tornare davanti a un giudice. L’aver svolto un’attività politica – percepita non solo come carica elettorale (parlamento, sindaco, presidente locale), ma in senso lato, come titolarità del potere di agire sulla pubblica amministrazione – può effettivamente costituire una funzione. .

O anche il suo scetticismo. La normativa vigente non lo impedisce e fino a quando non consente, con evidente confusione nell’opinione pubblica, a un magistrato che esercita funzioni giudiziarie in un’altra città, di recarsi in un altro distretto limitrofo per svolgere funzioni legali. status politico (sindaco, valutatore, assessore), per poi tornare alla prassi precedente e così via. C’è chiaramente una strana e negligente idea che l’imparzialità possa essere indossata o scartata con la toga. Sì, ho un’esperienza diretta di magistrati che, dopo l’intervento politico, tornano all’amministrazione della giustizia in maniera impeccabile, ma non è giusto risolvere il problema citando singoli casi. I numeri sofisticati penso non permetterebbero loro di svolgere le funzioni di giudice negli stessi casi che hanno perseguito presso la procura o in cui i loro partner svolgono altre funzioni.

Tuttavia, ciò non significa che la norma presuppone, in tali casi, che l’inconfutabile contraddizione del giudizio non sia sacra. Le regole dovrebbero essere basate sulla gravità del rischio causato dalla loro assenza. E anche. Contrariamente alla perdita della ‘restaurata’ appartenenza politica del magistrato, uno obiettava: “Se voglio un medico o un architetto, non mi interessano le sue vicende politiche, ma quali sono le sue capacità professionali”. Discussione senza dubbio sul risultato. Ma è una giacca con bottoni e non bottoni. In effetti, una cosa è risolvere un problema tecnico, un’altra è giudicare il comportamento di una persona e rinunciare alla sua libertà.

Nessuno considererebbe “rifiutare” un chirurgo semplicemente perché è un parente stretto o ha già espresso un’opinione medica in merito al miglior trattamento chirurgico in un caso. Ebbene, questi stessi casi, che generalmente rassicurano il paziente, bastano all’imputato per impugnare il proprio giudice, non se stesso in tribunale. Quindi sii forte linea ferroviaria dove c’è stata una chiara deviazione, compresa la regolamentazione, dai meccanismi di applicazione della legge, può aiutare a mantenere l’ambiente di controllo in un inquinamento segreto che ne compromette le elevate prestazioni. In questo modo si compirebbe anche il prezioso lavoro di “insegnamento costituzionale”, tracciando una chiara linea di demarcazione tra governo e giudizio. Divido che porta a un’altra considerazione, generalmente ignorata nel dibattito su questo tema.

Un magistrato che ha svolto un’attività politica rivela non solo il grave problema o l’apparente perdita di neutralità, come spesso accade. Facciamo un esempio precedente: se un magistrato fosse coinvolto in un grido di battaglia politico, che fosse facilmente indirizzato a ‘principi onesti’ sconsiderati, non ci sarebbero problemi di imparzialità. Se il magistrato tornasse a svolgere compiti amministrativi in ​​una città lontana dove non si conosceva la sua precedente esperienza politica, non ci sarebbero problemi di immagine. Tuttavia, rimarranno serie critiche, perché politica e governo hanno le regole del modo opposto, e i primi rischi di inquinare quest’ultimo, l’adulterio. A differenza del noto Luhmanniano, infatti, un atto politico segue un sistema di intenti, che si concentra su obiettivi specifici e cerca il modo più efficace per raggiungerli; mentre la funzione di aggiudicazione deve attenersi a una procedura condizionale, che tratta dati consolidati del passato e opera secondo lo schema “se questo accade… allora deve seguire…”.

Il giudice, proprio per sottrarre la propria opera alla critica politica, deve rendere conto solo della corretta applicazione della legge (art. 101 comma 2 Cost.), non solo in quanto requisito, ma può anche essere ammesso a sopportare il conseguenze della sua legge. decisione. Un politico, invece, deve rispondere dei risultati della sua elezione. Sì, un magistrato che ‘torna’ ad esercitare il controllo dopo essere stato coinvolto in un movimento di controllo politico rischiando di assorbire metodi e obiettivi: tendono ad avere un modo che considera gli esiti e le conseguenze più della legittimità del processo e del processo decisionale . Tendenze nocive: quando il giudice fa una scelta naturale tipo di significato i politici, oltre a condividere i propri contenuti, prima o poi saranno chiamati a rendere conto politicamente.