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Non sarà mai più coloniale

Il Papa ha affermato chiaramente: “No, senza temperamento forte”, “senza memoria e senza impegnarsi ad imparare dagli errori” i problemi non si sono risolti e stanno tornando. Lo vediamo in questi giorni sulla guerra. La memoria del passato non dovrebbe mai essere data all’altare del ‘progresso anticipato’. E in tempo di guerra Francesco descrisse ancora una volta uno sviluppo guidato solo dagli idoli del denaro e del potere. Gli idoli che costituiscono oggi i fondamentalismi ideologici, si sono trasformati in un concetto di progresso, portando alla distruzione dell’identità culturale e della convivenza umana.

Papa Francesco lo ha pronunciato ieri, porgendo il benvenuto all’udienza ai rappresentanti della nazione canadese, a cui intende partecipare presto. Esattamente è uno sguardo approfondito alla vastità dei canali prodotti dalle politiche, intellettuali ed economiche coloniali, guidate dall’avidità, dall’avidità di profitto, dal luogo in cui si trovano le persone, dalle loro storie e tradizioni e dalla cura della “casa normale” della natura .

Così è tornato a indicare la radice di molti che hanno commesso abominazioni e mali: i mente coloniale. La mente sembra essere più ringiovanita che mai e purtroppo ha danneggiato la Chiesa per secoli. Lo stesso pensiero che strappa le persone “senza rispetto” nel luogo importante in cui vivono per comunicare con loro.

La mente che Francesco ha più volte citato come anti-fedele e lo ha portato a organizzare, tre anni fa, il Sinodo amazzonico, in cui il tema della riverenza per l’identità ha cercato di sottolineare fin dalla Messa di apertura nella Basilica Vaticana: «Quante volte è il dono di Dio nell’opera di predicazione! Dio ci ha preservato dall’avidità del nuovo colonialismo». La maledizione e il desiderio, espressi nell’aperto riferimento al “fuoco divoratore” che “brucia quando si vuole bruciare a parte per sposare tutti e tutto”.

Leggendo ora con parole che hanno completamente colpito nel segno. Non sono solo le persone di Inuit e Métis in Canada che, oggi, vogliono giustizia e si è parlato di genocidio e di “genocidio culturale”. La tragedia in cui Francesco si è scusato per essersi “raffreddato” con i dirigenti della Chiesa in quelle pericolose “scuole residenziali” istituite in passato, in cui ha esposto la cultura occidentale, violando l’identità, lo spirito e la lingua degli indigeni, portando al loro sterminio. Il Papa si è scusato, rendendosi conto che nella mentalità coloniale “la nostra storia recente è segnata dallo stigma del fallimento e del fallimento dell’amore del prossimo”.

E lo ha fatto con vigore perché la Chiesa non poteva e non voleva seguire questo movimento, perché ciò che c’è di buono nelle diverse culture arricchisce il modo in cui il Vangelo viene annunciato, compreso e vissuto, perché una cultura non può esprimerlo. tutte le ricchezze di Cristo e il suo messaggio.

Al contrario, la Chiesa, d’altra parte, assume il valore delle diverse culture, come dice Isaia, “la sposa adornata di pietre preziose”, perché il cristianesimo non ha un unico modello culturale. La fede in Cristo, infatti, non è un prodotto culturale e non si riflette in nessuno di essi. Per dimorare nella realtà, con tutta sincerità nell’annuncio del vangelo e nella tradizione degli apostoli, essa, al contrario, deve assumere il volto delle persone che lo ricevono e cresceranno in mezzo a loro. Le divisioni culturali, quindi, non minacciano l’unità della Chiesa e non rendono giustizia al concetto di Chiesa, scrive il Papa nei Vangeli. gioia pensa “cristianesimo culturale e monocordo”.

Non si tratta quindi solo di scusarsi per quanto fatto in passato da “vari cattolici”, ma sottolinea oggi la visione ideale della Chiesa e della sua opera nel mondo e si separa da ogni pretesa mondana. al colonialismo, alla conoscenza politica e culturale, da ogni progetto all’obbedienza di un pensiero, che è la via dell’umorismo.