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Presidente della Francia, Macron conquista il primo posto e guida Le Pen con cinque punti: “Adesso unite tutti i francesi”

Parigi. In una grande sala, a Porte de Versailles, al confine meridionale di Parigi, una gioia liberatoria è esplosa la sera prima, poco dopo le 20:00. Lì, i sostenitori di Emmanuel Macron hanno visto apparire sugli schermi i dati relativi al primo turno delle elezioni presidenziali. E hanno cominciato a gridare: “Presidente Macron!” Sì, perché la guerra è appena iniziata (e finirà tra due settimane, al voto). Ma dopo giorni e giorni lì, nei sondaggi, Marine Le Pen si è avvicinata a Macron, quasi toccandolo, il primo turno gli ha dato il 28,1% e lui il 23,2%. Una cosa, però, è certa: si riparte, lo stesso irresistibile duello tra i due.

Nel 2017 il primo round si è concluso con Macron al 24% e Le Pen al 21,3%. Dopo due settimane di intensa lotta, però, è stato eletto presidente con il 66,1%, lasciando Le Pen al 33,9. Ora, anche se, dopo il panico della scorsa settimana, i macronisti diventano sempre più numerosi, la lotta resta aperta. Bisognerà notare che, ancora una volta, il “fronte repubblicano” reggerà, un appello comune di tutte le altre forze politiche contro Le Pen (oltre a Jean-Marie, ora Marine ragazza): non solo i Rapporti di varie capi di partito, ma anche il voto attivo delle sue truppe.

Ieri sera Marine Le Pen ha mostrato il solito sorriso di tutta la campagna. Ha detto di voler “unire i francesi” su “un grande progetto nazionale e noto”. Vuole essere il “presidente di tutti i francesi” e dipingere il secondo turno come “una scelta fondamentale tra due opposte visioni”: da una parte “differenze, ingiustizie e disaccordi”, tutte mostrate da Macron, e dall’altra. dall’altro lui, «il vettore della giustizia sociale». Il presidente in seguito (oltre alla conferma, sembrava rassicurato), ha detto di voler “contattare tutti coloro che vogliono lavorare per la Francia”.

Ma vediamo come sono andate le cose per alcuni dei candidati. Jean-Luc Mélenchon, leader di France Insoumise, di sinistra radicale, ha conquistato il terzo posto, con il 21,7%. Il suo appello al “voto utile” per gli altri elettori di sinistra ha funzionato: in lista vota per me, perché sono l’unico che può andare alle urne, l’obiettivo finale viene subito buttato via. A distanza arriva Éric Zemmour, che all’inizio della campagna ha rappresentato la cosa più sorprendente: un ex giornalista, una star televisiva freelance, ha perso il 7%. Andò storto, peggio ancora per Valérie Pécresse, che aveva il 4,8% (e che, avendo vinto la parte più importante del suo partito, i repubblicani, medi e neogollisti, sembravano poter sfidare Macron a vincere. Vota). Ancora delusione per Yannick Jadot, candidato dei Verdi, con il 4,7%. Ma lo scenario peggiore è quello di Anne Hidalgo, sindaco di Parigi, che si attestava all’1,7%, pur essendo un esponente del partito, socialista, che una decina di anni fa riuscì a ottenere il presidente François Hollande. Anche il comunista Fabien Roussel (2,4%) ha fatto meglio di lui.

Qui, Jadot, Hidalgo e Roussel hanno invitato la loro gente a votare tra due settimane perché Macron blocchi Le Pen. Pécresse non ha fatto appello a chi lo ha votato, ma ha detto che avrebbe fatto lo stesso, votando per il presidente. Mélenchon non ha voluto nominarlo (Macron, l’odiato Macron), ma ha spiegato che “nessun voto dovrebbe andare a destra”. Insomma, nel bene e nel male il “fronte repubblicano” sembra essere tornato in piedi. Ma Zemmour ha invitato la sua gente a scegliere Le Pen. E non è tutto: gli elettori degli altri partiti seguiranno davvero le indicazioni dei loro leader? Non sono sicuro. Alcuni sondaggi hanno già suggerito che potrebbe essere possibile per alcuni elettori di Mélenchon votare per Le Pen (perché certi temi, anche una certa negazione della libertà economica, una combinazione di due estremi, sinistra e destra) e altri voti potrebbero arrivare dalla Repubblica , al centro a destra, del Rassemblement National.

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