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Tavola e farmacia: i monaci insegnano



L’Abbazia di Praglia –

Erboristeria e farmacia. Rimedi erboristici e cosmetici. Alcool, spezie e prodotti da cucina. C’è un filo che li lega insieme. Il filo che attraversa i monasteri e le loro antiche ricette, è attivamente segnato nei codici della biblioteca abbaziale. Filo ispirato e regola oraria E lavoro, in una dichiarazione a Plinio il Vecchio: “Quando hai bisogno di aiuto, voltati e troverai nella natura ciò che cerchi”. Lo sanno bene coloro che frequentano i monasteri e le abbazie. Entrare nel loro punto vendita significa riscoprire un mondo che unisce natura, apprendimento e sudore. Ma quel sapore antico è anche un’attesa presente. Perché molti dei modi migliori per adattarsi alla catena di approvvigionamento, il miglio zero, la stabilità, il rispetto del lavoro e della natura – “avevano un brevetto unico” secoli fa in questi regni spirituali. E così il viaggio tra gli scaffali è come una macchina del tempo, una sorta di ritorno al futuro, che unisce una varietà di saperi, dalla storia, alle piante e all’agricoltura, dalla medicina alla carità, ai poveri, alla letteratura. Prendiamo ad esempio le Gocce Imperiali dei Cistercensi. Distillato di verdure che amava anche Gabrielele D’Annunzio. Fondata da Eutimio Zanuccoli nel 1766, ha un caratteristico sapore di anice. Diluito in acqua disseta, caffè, tè e latte tonico, imbevuto in un batuffolo di cotone lenitivo per il mal di denti. Il suo aroma, intensamente assorbito, libera le vie respiratorie. Poi c’è l’Introduzione benedettina a Pistoia, che riprende la ricetta di mamma Cristina Carobbi, badessa farmacia dei primi del ‘900. Ha effetti diuretici, antinfiammatori e abbassa il colesterolo. Oppure Alchermes della Certosa di Firenze, dolce infuso fiorentino, che Caterina de’ Medici portò in omaggio al marito, re di Francia, Enrico II, nel 1533 che fu chiamato il ‘liquore dei Medici’. E anche vivendo in Francia possiamo citare il Profumo d’oltralpe dei Benedettini, un aroma fragrante realizzato in onore di Anne de Beaujeu (Anne de France) che divenne reggente del paese d’oltralpe dal 1483 al 1491. in un mito. Come l’abate d’Irlanda Colombano che, nel 612, passando vicino a Pavia, allora capitale dei Longobardi, fu ricevuto dalla regina Teodolinda, che organizzò per lui ei suoi fratelli un pranzo a base di selvaggina. Ma era quaresima e così Colombano disse che non potevano mangiare carne, ma voleva benedire ugualmente la tavola. Ed ecco il prodigio: il gioco si è trasformato in una colomba di pane, bianca come la veste di un monaco, in grado di ristorarsi. Teodolinda donò loro a Bobbio le terre dove ancora oggi sorge l’Abbazia di San Colombano, da dove probabilmente proveniva il dolce pasquale giunto sulle nostre tavole. Più di quattordici secoli dopo, la tradizione non ha mai smesso di essere nuova. All’inizio dell’epidemia, quando non c’era il gel detergente, le monache trappiste di Valserena (Pisa) usavano l’alcool speziato per renderlo più veloce, insieme all’estratto di malva e glicerina e al profumo di colonia. Mentre Camaldolese, in collaborazione con il Dipartimento di Scienze e Tecnologie dell’Università di Siena, ha recentemente realizzato una linea di creme cosmetiche per chi si sottopone a radioterapia e chemioterapia. Anabasis è un nome meraviglioso, che ricorda Senofonte e significa ascensione ascendente, quindi rinascita dopo la malattia. Il connubio tra antichità e modernità, dunque. Anche con riferimento ad altri prodotti come la melissa dei Carmelitani Scalzi (la sua ricetta risale al 1710), ha dimostrato di alleviare zone di ansia e vari disturbi dell’apparato digerente. Oppure i ceci neri di Monaci di Siloe (Grosseto) sono tre volte più ricchi di vitamina B, proteine, sali minerali e ferro rispetto ai piselli normali. La combinazione di modi passati e futuri è tua avviare di Luca Bonafini. Quarant’anni, bresciano, ex monaco benedettino, nel 2016 ha aperto un negozio nella sua città natale di Lo Speziale, fornendo merci a 60 monaci in tutta Europa (Camaldoli, Vallombrosa e Abbazia di Praglia tra le più famose) per la rivendita. ai propri consumatori, anche online, 700 prodotti distinti tra enogastronomia, cosmetici, tecnologia e medicinali come cosmetici e oli essenziali. Uno dei più particolari ed unici in Italia è la parte dello storico Monastero romano Ai della famiglia Nardi. La tradizione risale al 1894, quando l’antenato, Domenico Nardi, medico e botanico, aprì un negozio (per decenni poi in Corso Rinascimento, vicino a Palazzo Madama) dove vendeva prodotti naturali derivati ​​dalle antiche ricette dei monaci italiani. Ancora oggi i Laboratori Nardi sono impegnati nel loro studio ed evoluzione. “Da ex monaco – spiega Bonafini – ho voluto in qualche modo mantenere la linea e mediare non solo nei prodotti di qualità, ma anche nella cultura e nel modo di vivere, profondamente ispirato dal Vangelo. Chi bussa alla porta del monastero, dice la Legge di S. Benedetto, va trattato come se fosse Cristo stesso». Dunque, ricorda Bonafini, «il prodotto monastico ha anche una dimensione interna e un’aria, difficile da spiegare. Cibo dell’anima, cibo dell’anima, l’uomo lo chiama». Infatti, l’uomo può dire, dalla creazione (e quindi al Creatore) ciò che è necessario per aiutare l’umanità anche nel terzo millennio.