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Totò Riina, il mafioso che ha fatto sua Cosa Nostra

Sulla strada per Corleone si passa sotto Rocca Busambra, cimitero della mafia. Dico a Peppe: “Short ha fatto di Cosa Nostra una cosa sua”. Decidere sulla vita e sulla morte degli altri lo fa sentire potente, un prigioniero ingannevole, convinto che costringerà il governo ad arrendersi. Sulla strada per Corleone ci avviciniamo a un luogo di rifugio per profughi, il santuario di Maria Santissima del rosario di Tagliavia. Peppe mi dice: “Il Corto ha causato molti danni a Cosa Nostra di Tommaso Buscetta”. Sulla strada per Corleone le nuvole sono mosse dal vento ma Corto per noi, e non solo per noi, resta un grande mistero italiano.

Non abbiamo ancora iniziato a scrivere il primo capitolo del libro, ma ci siamo resi conto che Totò Riina è la divinità più atipica e pericolosa per cui la mafia siciliana un tempo era conosciuta nella sua storia secolare. Sembra forte, molto forte, invincibile. In effetti, si scopre essere un “bambino” nelle mani di tirare pupazzi. Prima lo inseguirono e alla fine lo gettarono in una fossa dove sarebbe stato sepolto per sempre.

Compulsione corleasonale

Foto di Wikipedia

Responsabile dei gestoriun libro che ho scritto con Giuseppe D’Avanzo, nato verso il gennaio 1993 sulla vecchia strada provinciale che da Marineo porta a Ficuzza, quercia da cocco, leccio e casino di caccia cercati da Ferdinando IV di Borbone in mezzo alla giungla.

Peppe, Giuseppe D’Avanzo, aveva conosciuto due o tre convertiti e un giorno prima venne a casa mia, Acquasanta a Palermo, con quattro libretti pieni di nomi, aneddoti, ricordi di Totò Riina in carcere e Totò Riina latitante. . Io invece sono riuscito a “sedurre” Tanuzzu, Gaetano Riina, mio ​​fratello minore.

Ogni mattina lo vedo in tribunale con in mano una borsa piena di carte – copie del mandato di cattura che hanno portato a Corto dopo il suo arresto – circondato da una folla di giornalisti che lo insegue, lo interroga.

Risponde sempre con una frase, che è sempre la stessa: “Non vi va bene la metà del mio chiodo da frate”. Un simpatico poliziotto mi dà un buon consiglio: mi rivela che Tanuzzu, ossessionato come qualsiasi altra facoltosa mafia di Corleones (che si nasconde più di ogni altra cosa), cammina in una Golf malconcia che lo lascia sempre a piedi.

Un pomeriggio lo trovai, a pochi passi da Ficuzza, accanto alla sua macchina che aveva aperto il cofano. Lo porto al villaggio. E poi lo rivedo, due o tre volte, in piazza Corleone davanti ai campi dei carabinieri.

Tra i sospiri e i sospiri, molto stanco di spiegare, una sera interruppe la spiegazione più orribile che avesse mai sentito sulla trasformazione di Buscetta: «È un uomo molto viaggiato. Era a Milano, era a Torino, USA, era in Brasile.. vitti ù munnu e cci snap ù cerveddu». Ha visto il mondo e la sua mente è esplosa.

Partendo dal bellissimo ma importantissimo vocabolario di Tanuzzu, iniziamo con lo studio di una genealogia mafiosa speciale, lontana dalla morbidezza dei governanti palermitani, lontana da qualsiasi mafia precedente. Abbiamo trovato la tribù dei Corleone.

Mafia costruita in laboratorio

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Una mafia distinta e rivoluzionaria che la separa dalla tradizionale Cosa Nostra da sempre usata per fare affari con il governo. La mafia non aveva ceppo (i padri o i nonni di Totò Riina o Bernardo Provenzano o Leoluca Bagarella non erano capi) e comunque aveva conquistato il potere sulla guerra lampo che non lasciò sopravvissuti in campo.

La mafia – almeno allora sembrava che io e Peppe – e ci penso ancora oggi – è cresciuta ed è diventata l'”aiuto” di qualcun altro. Come se fosse cresciuto in un laboratorio, un gruppo di estremisti violenti è stato progettato per usarlo secondo necessità.

Sono trascorsi quasi trent’anni dalla fine del lungo mandato del “sovrintendente”, avvenuta il 15 gennaio 1993. Sono passati quasi cinque anni dalla sua morte, avvenuta il 17 novembre 2017.

Avendo dedicato al libro solo una riga e mezzo della sua cattura, sappiamo già come è stata la ricostruzione offerta dai reparti speciali dei carabinieri, visto che la recente indagine è partita con ritardo e riluttanza dalla procura di Palermo. confermato. Dopo la sua morte, alcune delle mie convinzioni sono diventate più forti.

Al sepolcro Totò Riina confessò almeno due peccati se nessuno al suo posto, nessuno, sarebbe stato in grado di perdonarlo. Il primo è trovare degli “stranieri” fidati che, a loro volta, lo prendono in giro per averlo ucciso, facendogli credere di essere lui il responsabile del gioco.

E un altro, ancora più pericoloso, è spingere il governo (che non ha mai provato prima) ad attaccare la più potente organizzazione criminale del mondo occidentale. Totò Riina è un uomo che, più di ogni altro uomo, ha contribuito al rovesciamento di Cosa Nostra. La prese per mano e la condusse fino alla fine.
In pochi anni ha condotto due guerre contemporaneamente, una interna contro l’aristocrazia mafiosa e l’altra esterna contro i nemici delle istituzioni, promettendo ai suoi sostenitori che avrebbe rovesciato il governo, costringendoli a indire elezioni incondizionate. Circostanze, vedi i documenti del test mafioso del governo federale a Palermo per tutti i dettagli, poi c’erano ma Cosa Nostra corleonese è uscita a pezzi.

Dopo il “crimine supremo” degli anni Ottanta (dal presidente regionale palestinese Mattarella al pm Gaetano Costa, da coach Rocco Chinnici al leader comunista Pio La Torre e tanti altri), Totò Riina ha sferrato il colpo di grazia. nell’estate del 1992.

Prima Falcone, poi Borsellino, prima il cratere di Capaci, poi l’autobomba di passaggio D’Amelio. Due stragi sono spesso collegate, una cita e l’altra come se il nesso tra i due fosse naturale, ma il genocidio di un “segno” ben diverso: Capaci con effetto politico “stabilizzante” in Italia, attraverso D’Amelio. con effetti “stabilizzanti”. Il 23 maggio c’è più mafia, il 19 luglio c’è più.

Senza mappe mafiose

Da allora, il 19 luglio 1992, Corleone è scomparsa dalle mappe mafiose. Da allora, Corleone è stato il “problema” di Cosa Nostra. Nessun problema nemmeno lì nel 1963, dopo che la “Giulietta” fu depositata presso il tritolo esploso a Ciaculli e quando centinaia e centinaia di ufficiali furono mandati in convivenza coatta lontano dall’isola.

Alcuni sono fuggiti in Sud America, altri si sono nascosti in Tunisia, qualcuno ha persino suggerito di “sciogliere” l’azienda per sempre. Trent’anni dopo, incastonata nella costruzione militare, in modi senza precedenti per reprimere le forze di polizia, la mafia sta lottando per riconquistare il suo status dopo che Bernardo Provenzano – da latitante – lo ha trascinato in acqua fino a diventare quello che è oggi. Ricostruisci lentamente.

Per anni ha cercato di darsi un governo fallito, ogni volta che i dirigenti sopravvissuti cercano di ricostruire la Cupola vengono catturati dal vivo mentre si riuniscono alla conferenza. E sempre il suo errore. A causa del corto.

Il segreto sia dei vivi che dei morti

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Era un mistero quando visse e un mistero quando morì. Ha lasciato tutto alle spalle. Declamazioni. Avvertenze. Mezze verità. Sulla strada per il carcere dell’Opera dove era detenuto, gli hanno posto accanto un “compagno di volo” – un tale Alberto Lorusso, ufficialmente vicino alla Sacra Corona Unita pugliese, che potrebbe essere stato legato a mezzi di polizia – che gli ha permesso di operare. parla, è adorabile. Probabilmente troppo.

E Corto parla e grida: «Ho fatto il mio lavoro. Ma vai avanti, avanti… amico, non intendo forse tutti, ma amico, felice… Il manicomio deve succedere, deve succedere, se continuo ad uscire, ho continuato a massacrare, ho continuato ad andare avanti in alto».

Godere di Totò Riina significa fare l’epilessia. Totò Riina è turbato, minaccia, dà il nome di pm Nino Di Matteo, “deve finire come un mostro”. Tira fuori Lorusso a microfoni aperti: “Allora aggiustiamo questo… Ingrandiamolo e non ne parliamo più, perché questo Di Matteo non va, stanno rafforzando la sua scorta, e poi se è possibile”.

Messaggi da oltre

Foto di LaPresse

Anche il vecchio “zio Totò” non era più con la testa o sapeva bene che il suo spettacolo era stato filmato. Voleva essere uno spettacolo sul palco. Continuò per giorni e giorni, per mesi: «Questo è Di Matteo, questo irrispettoso, questo sta subentrando al Presidente della Repubblica… Questo sta facendo un gioco sporco che costerà molto, perché sta facendo un lavoro fuori questo processo di negoziazione … Se questo sistema non funziona bene se lo ripagherà. ”

Mezzi discorsi. Dei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano. In Vittorio Mangano, il “ragazzo delle stalle” di Silvio Berlusconi ad Arcore. A proposito di Matteo Messina Denaro, un tempo suo erede. In quella “persona critica” il senatore Marcello Dell’Utri. A Giulio Andreotti e un incontro avvenuto ma “senza un bacio”. E nel diario rosso di Paolo Borsellino “hanno insultato”. Messaggi da oltre.

Libro di Attilio Bolzoni e Giuseppe D’Avanzo, Responsabile dei gestoripubblicato da Prima Pagina, in edicola da sabato 2 aprile con Fatto Quotidiano.

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